Libere Risonanze: Razzismo e dintorni

07 novembre, 2007

Razzismo e dintorni

Ai miei tempi, parlo di trent'anni fa, a scuola si insegnava a noi mocciosi cos'é il razzismo tramite esempi, metodo indubbiamente più incisivo rispetto a bolsi sermoni in quanto l'immaginario più di ogni altra cosa e con maggiore semplicità si faceva strada nelle nostre menti. Allo scolaro era però delegato il compito di assimilare l'esempio e sintetizzarlo in un'astrazione, ovvero creare una categoria mentale che riconoscesse il concetto al di là dei racconti episodici. Oggi però mi accorgo che non tutti gli scolari di allora appresero bene il concetto, senza contare coloro che, per ideologia o per pigrizia, inquadrano più o meno intenzionalmente in modo erroneo il razzismo includendolo in un dominio comportamentale, anzichè prettamente fisico.

Da bimbi ci insegnavano le storielle sullo sfruttamento, il bimbo negro (era chiamato così, in senso dispregiativo in modo da rafforzare l'impatto del termine) che cantava e lavorava come una bestia nei campi di cotone degli stati americani del sud mentre il padrone bianco ne disponeva della vita o della morte. Ci hanno parlato dell'apartheid nel Sudafrica, in cui le panchine o certi negozi erano vietati ai negri (chissà perché il problema delle panchine suscitava un disprezzo collettivo così impattante, visto che c'erano abusi ben peggiori). Poi siamo passati al capitolo del nazismo, in cui gli ebrei erano bruciati come carbonella (ma quella era un altro terribile discorso avulso dal razzismo, in quanto c'entrava un'ideologia orrenda, non una "razza"). Del comunismo e dei suoi stermìni, invece, sui libri di scuola nemmeno una traccia, tutto insabbiato. Vabbé.

Ebbene, l'incapacità di astrazione ha indotto lo studente a pensare che ogni divieto imposto ad immigrati provenienti da popolazioni povere, emarginate, disperate, incivili o perseguitate sia da considerare "razzismo". Niente di più falso.

Se molti dirigenti di sinistra avessero un briciolo di ipocrisia in meno potrebbero interpretare correttamente quello che è il concetto di razzismo, che è più o meno questo: "io ti emargino perché sei nero, giallo, mulatto o a striscie rosse". Il razzismo è quindi una divisione in scale gerarchiche stabilita sulla base della diversità fisica, dei tratti somatici, del colore della pelle. Il razzismo, però, non dev'essere confuso con l'emarginazione basata sulla reazione ad un comportamento sbagliato o scorretto. "Io ti odio perché sei un negro e puoi anche essere Einstein, scrivere la Divina Commedia, fare mille gol ogni campionato, comportarti da eroe o trovare la cura contro il cancro ma negro rimani: punto e basta". Questo è il razzismo.

Mi ricordo una barzelletta esplicativa: un bambino pellirosse ed un negro chiaccherano passeggiando. Il negro dice, con fare snob "Sai, tutti i più forti atleti del mondo sono neri. Abbiamo i saltatori migliori, i centometristi più veloci, nel calcio siamo i più forti del mondo, e poi, vuoi mettere i ballerini? Siamo i migliori ballerini della terra, abbiamo insegnato al mondo la salsa, il merengue, la rumba. E le donne? Fisici eccezionali, culi a mandolino, gambe tornite e labbra carnose. Siamo anche cantanti mitici, Barry White, Stevie Wonder, Ella Fitzgerad. Noi abbiamo il ritmo nel sangue ed abbiamo inventato il jazz. Invece voi indiani non avete un cazzo". E l'indiano gli fa: "Sì, ma come mai i bimbi bianchi giocano sempre agli indiani e mai a fare i negri?".

Ebbene, il termine "razzismo" prevede un comportamento reattivo alla sola categoria dello status fisico: se l'immigrato viene ghettizzato nonostante egli si comporti adeguatamente a ciò che la nuova cultura con la quale viene a contatto può offrirgli, si può certamente affermare che è vittima del razzismo. Se invece pretende di comandare e mettere in discussione quelli che sono gli usi ed i costumi del paese ospitante violandone pure le leggi, allora l'accusa ai suoi detrattori di comportarsi da razzisti decade: in tal caso si parla di giusta reazione e non di apartheid. Se così non fosse, infatti, saremmo razzisti anche nei confronti dei criminali italiani, visto che vanno in galera.

Questa verità è tanto più evidente quanto più si pensa che se in casa vostra entrasse un italiano bianco e si mettesse ad ingiuriare voi ed i vostri cari, a danneggiare le suppellettili, a far del male alla vostra famiglia e rubare i vostri beni, lo caccereste giustamente a schioppettate. Lo fareste forse perché ha la pelle bianca? No, perché se la stessa cosa fosse fatta da un nero, un cinese od un eschimese esso subirebbe lo stesso trattamento. In tal caso non si dovrebbe parlare di razzismo, perché il termine è limitato ad un comportamento che prevede il rifiuto a causa delle differenze somatiche mentre piuttosto sarebbe più esatto parlare di difesa della proprietà privata e dell'integrità della vostra famiglia. Questa legittima difesa è un diritto inalienabile, tantopiù che a casa vostra nessuno è obbligato ad entrare se non ne condivide le regole, né voi siete tenuti a dover sopportare chi ne infrange le regole.

Il nodo del malinteso è tutto qui: la deviata percezione dell'ospitalità e la profonda differenza che esiste tra differenze razziali e differenze comportamentali, che in ultima analisi, non hanno colore né parlano lingue incomprensibili.

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