Libere Risonanze: Si fa presto a dire programma!

28 gennaio, 2008

Si fa presto a dire programma!

In questi giorni di dibattito post-prodiano stiamo assistendo ad una grande disquisizione da parte di alcuni partiti, in particolare di quelli di sinistra, sul varo di governi tecnici o di esecutivi "a termine".

Credo che alla fine si andrà ad elezioni: effettivamente è questo l'unico sbocco giusto e percorribile per uno stato che dev'essere finalmente governato con polso, rapidità ed efficacia.
In questo momento la compagine di centrodestra possiede sugli avversari un tale vantaggio che anche senza l'apporto dei voti di Casini arriverebbe ad ottenere la maggioranza assoluta.

In un momento di contingenza negativa, con un paese disastrato, un'economia alla bancarotta ed importanti scelte socioeconomiche da intraprendere immediatamente, è proprio un tale vantaggio a garantire la governabilità: ciò significa che ove non si stabilizzi il quadro elettorale a causa della mancanza di una legge ad hoc si può invece pensare che esso si stabilizzi, ovviamente in via provvisoria, grazie al grande distacco che la coalizione di centrodestra vanta su quella di centrosinistra. Ovviamente tale stabilizzazione può essere solo di natura temporanea in quanto non sempre le consultazioni elettorali si concludono con una debacle per l'avversario ma prima o poi, come si è visto per la precedente legislatura, si creano condizioni di sostanziale pareggio.

Per questo motivo sarebbe auspicabile andare alle urne e solo in seguito mettere a punto una nuova legge elettorale che garantisca la stabilità mediante una dolorosa ma necessaria legge del taglione nei confronti di tutti i piccoli ed inutili partiti.

Nella fattispecie è importante rilevare che pur con un'alta soglia di sbarramento le buone intenzioni programmatiche di cui è lastricato il pavimento dell'inferno sarebbero regolarmente disattese da partiti troppo diversi tra loro e che nessuna legge elettorale, a meno che non si tratti di lasciare il campo a due contendenti tra loro alternativi come i repubblicani ed i democratici negli USA, potrebbe mai rettificare.

Negli Stati Uniti che di democrazia sanno molto più di noi, è preferita una visione efficientista e drastica della politica. Due sono i partiti, ma l'importanza principale della politica USA viene rivestita dal presidente (che fa da premier) ed a lui sono avocate le decisioni: se il presidente agisce bene la sua popolarità aumenta, se egli agisce male la popolarità diminuisce. Questo è un sistema semplice e soprattutto efficace per evitare lo scaricabarile delle responsabilità.

Ebbene, pur con una riforma elettorale semplificata (ad esempio con lo sbarramento al 5%) in fatto di stabilità, in Italia non si risolverebbe nulla, prova ne sia che anche il "modello tedesco" amato dalla sinistra è stato messo in crisi da una sostanziale parità che in Germania ha costretto alla formazione della "grande coalizione". Anzi, sono convinto che nella nostra realtà si creerebbe un ulteriore polo, un centro che farebbe da ago della bilancia e che diventerebbe vitale come ora lo sono i partiti minori. Inoltre tale "centro" avrebbe più forza per ricattare le coalizioni con quel che ne consegue in fatto di svendita delle cariche e corruzioni varie.

Con un sistema di sbarramento alla tedesca, infatti, quattro sarebbero i blocchi che si verrebbero a creare: il primo, composto dalla sinistra antagonista la cui linea politica purtroppo già conosciamo. Il secondo formato dalla sinistra riformista (PD). Il terzo, quello del centro (UDC e/o UDEUR) che, come spiegato sopra, fungerebbe da ago della bilancia. Il quarto, composto da FI, Lega ed AN.

Tra tutti questi blocchi quello più omogeneo è indubbiamente il quarto (che in parte sconfina anche nel terzo). Il problema della stabilità, però, non sta nel raggruppamento dei partiti ma nella loro visione politica del paese e nella tipologia delle idee che si mettono in campo: mentre per FI, AN, Lega ed una parte dell'UDC le posizioni sono piuttosto similari tanto che la negoziazione permette quasi sempre di arrivare ad una decisione condivisa, per quanto concerne la sinistra ciò non vale perché le posizioni di un moderato come Veltroni (e tantomeno quelle dei centristi) sono letteralmente viste come il diavolo per la sinistra radicale.

La sinistra, quindi, ben conoscendo questa situazione cerca di ovviare alle contrapposte e pugnaci posizioni dei blocchi che la compongono mediante una fantomatica "condivisione di programma", che non significa assolutamente nulla in termini politici.
Una tale soluzione potrebbe essere valida se un governo si trovasse immerso in un ambiente sterile e sempre uguale a se stesso, isolato dal resto del mondo e privo di cambiamenti. In tal caso un governo di sinistra potrebbe prendere "alla lettera" il suo programma ed applicarlo, efficace o deleterio che sia per il paese.

Il problema invece sta proprio negli imprevisti che regolarmente ed ogni giorno si verificano sia nel mondo che in Italia. La vicenda dei mutui può essere portata come esempio visto che è esplosa senza che nessuno potesse prevederla. Altri esempi sono le decisioni da prendere su eventuali guerre ( Iraq, Afghanistan e la missione in Libano insegnano) e non ultimo il problema rifiuti nonché eventuali scontri tra magistratura e politica. Senza contare, poi, che anche una piccola variazione di politica economica in ottica congiunturale può essere un ostacolo insormontabile per un governo così difforme.

Facciamo un'ipotesi: mettiamo che a causa di accadimenti imprevedibili l'Italia cresca economicamente meno del previsto e che abbia bisogno di far cassa. Un simile problema esulerebbe dalle previsioni del programma ed i fondi destinati all'attuazione dello stesso dovrebbero essere destinati ad altro uso proprio per far fronte all'emergenza. Potrebbe essere che so, un terremoto, uno tsunami, una bolla speculativa, un attentato come quello dell'11 settembre o più semplicemente un aumento improvviso del prezzo dei carburanti. A questo punto si porrebbe il problema di quale sezione del programma dover tagliare e da questo prenderebbe vita un'aspra la tenzone. Si dovrebbe scegliere di eliminare la parte programmatica cara ai massimalisti, quella propria dei riformisti o quella avanzata dai centristi. Da dove prendere il denaro per riparare la falla? Sicuramente ogni blocco avrebbe una ricetta diversa e contrastante con le altre, da qui la crisi di governo. Una coalizione che invece fosse omogenea nei valori e nelle decisioni potrebbe "accorciare" il programma senza mettere in crisi l'intera maggioranza. La differenza non sta in una coalizione a tre od a quindici, sta nella compattezza del pensiero politico.

Proprio per questo motivo una politica credibile non richiede solo un programma ma anche concordanza di vedute. Una base americana in territorio vicentino sarebbe stata autorizzata da un governo di centrodestra senza tante storie. Per la sinistra non fu così. I lavori per la TAV, se fossero stati al governo i partiti della CDL sarebbero già a buon punto ed allo stesso modo sarebbero già state prese decisioni sulla costruzione di centrali nucleari. Invece abbiamo visto tutti a quale ignobile pagliacciata ci ha condotto la sinistra. Pertanto anche con una riforma elettorale alla tedesca il centrosinistra si troverebbe ugualmente paralizzato nonostante programmi ed accordi precedentemente intercorsi.

Da questi esempio si evince una verità molto meno standardizzata: rimanere al governo significa confrontarsi con una realtà viva e cangiante, un pò come la differenza che passa tra un albero ed un pezzo di roccia: entrambi in apparenza sembrano fermi ed immobili ma uno fiorisce, cresce, sfiorisce, si ammala e guarisce, mentre la roccia rimane lì, granitica ed invariabile.

Inguainare la politica in un programma sarebbe come voler incatenare un albero: prima o poi le catene si spezzerebbero. Tra l'altro anche studi matematici del caos applicati alla politica indicano che perfino eventuali microvariazioni sulle previsioni politico-economico-sociali potrebbero dare origine ad un effetto domino, il che richiederebbe lo stravolgimento di un eventuale programma concordato. Questo è tanto più vero quanto più si pensa di far durare una legislatura perché imprevisti e relative conseguenze si accumulerebbero nel tempo fuorviando sempre di più la realtà e le necessità da un originale accordo programmatico.

L'esempio più lampante ci viene offerto dalla storia: fu proprio tale immobilismo a condannare l'Unione Sovietica e tutti i paesi dell'area socialista alla miseria più nera, il credere che il mondo fosse immutabile e tutto racchiuso entro le alte mura della cortina di ferro entro cui non accadeva assolutamente nulla al di fuori dello "stabilito". Ma il mondo non era racchiuso tra le mura dell'Unione Sovietica. Ad esempio, quando il programma sul grano andava a gambe all'aria a causa di una produttività inferiore alle attese l'URSS si doveva rivolgere al resto del mondo spendendo cifre astronomiche (ed indebitandosi) pur di consentire ai suoi cittadini di mangiare.

E' evidente che né la sinistra massimalista, né quella riformista hanno capito la lezione che la storia ha impartito loro: purtroppo il medioevo risiede ancora nei crani dei loro leaders.

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