Libere Risonanze

10 maggio, 2010

Gran Bretagna a rischio

Ieri, domenica 9 Maggio si è scritta un'altra pagina ridicola della storia dell'Europa "unita".

Dopo che l'Europa ha accettato la Grecia ed i suoi bilanci truccati senza muovere dito e senza che Mortadella dopo tanti anni di presidenza se ne accorgesse (ma siamo sicuri che non se ne sia accorto?) ecco tutti correre al capezzale dell'euro sotto ovvio attacco speculativo da parte degli investitori mondiali.

La cosa ridicola è che in Europa si faccia di tutto per presentare gli speculatori come avidi e bavosi vecchiacci pronti a pugnalare alle spalle le economie che, benevolmente beote, amano campare sui debiti.
L'eurogruppo infatti tende a scaricare le colpe su chi ovviamente fa il suo gioco per guadagnare invece di fare un bel mea culpa e di ammettere propria idiozia dando ragione agli antieuropeisti, i quali non sono tali per mera antipatia nei confronti degli altri popoli ma perché hanno tutte le ragioni nel disprezzare un'Europa di questo genere, in cui le colpe degli eurofessi vengono pagate dagli eurosudditi.

Comunque la frittata è fatta ed è inutile piangere sul latte versato: si spera solo che l'eurogruppo abbia capito qualcosa da questa lezione (anche se non mi sembra) e che cambi rapidamente rotta.
Insomma, la Grecia ed i paesi deboli vanno aiutati a prescindere, non per altruismo ma per proteggere dagli attacchi speculativi una moneta che è nata senza una base politica ed economica adeguata.

Dalle decisioni dell'eurogruppo, però, si è dissociata la Gran Bretagna che non accetta di fornire alcun aiuto nei confronti dei paesi dell'eurozona in difficoltà. In particolare la Gran Bretagna oppone il fatto che non avendo essa aderito all'euro il problema debba essere risolto con interventi esclusivamente a carico dei paesi che adottano la moneta unica.

Se dal lato puramente moralistico la posizione britannica è condivisibile, non lo è però dal punto di vista pratico. Il fatto di mettere in campo aiuti comunitari molto sostanziosi costituisce per i paesi che partecipano all'operazione una sorta di assicurazione sulla loro stessa stabilità e sulla solvibilità dei propri mercati. Insomma, gli speculatori prima di mettere sotto attacco un qualunque paese europeo se le dovranno d'ora in poi vedere con tutti gli altri, perché quella che è stata decisa oggi è una specie di N.A.T.O. finanziaria.

La Gran Bretagna, invece, sta scavandosi la fossa con le proprie mani: innanzitutto ha preso mazzate terrificanti a causa della crisi appena passata che l'ha indebolita enormemente, prova ne sia che il pound è passato da un valore altissimo di alcuni anni fa ad una quota vicina a quella dell'euro, con un andamento in picchiata da far invidia agli Stukas.

Ma ciò che più dovrebbe far tremare i polsi ai miopi isolani è che così facendo la Gran Bretagna si getta a peso morto e senza alcuna rete nelle braccia degli stessi speculatori che ora avranno difficoltà maggiori nel puntare sulle defalliances dei paesi dell'eurozona.
In più la Gran Bretagna si presta in questo modo a mettersi fuori non solo dalla copertura del debito ma anche da un eventuale aiuto da parte dell'eurogruppo che risponderebbe ad attacchi speculativi contro i britannici esattamente allo stesso modo di come la Gran Bretagna sta rispondendo alla Grecia: voi non ci avete aiutato quando ne avevamo bisogno e non avete adottato la nostra moneta, quindi che volete ora da noi?

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28 aprile, 2010

Ulisse è rovinato. Enea pure.

La situazione greca si fa sempre più pesante.

Io l'ho sempre detto: quest'Europa è una vera schifezza. Un'Europa che impone vincoli e lacciuoli, che paralizza le economie e chiede il sangue ai suoi cittadini perché essi permettano ai rispettivi paesi di rimanere dentro a parametri inutilmente rigidi che barbuti vegliardi in quel di Bruxelles stabiliscono come invalicabili pure in tempi di crisi.

Lo scotto di questa Europa miope ed imbecille lo abbiamo pagato noi paesi civilizzati e progrediti o meglio, le loro classi meno abbienti.

Vi sono però delle eccezioni: alcuni paesi entrati frettolosamente dentro al nostro consesso di stupidi ed altrettanto allegramente accettati dai partners dell'UE di lunga data, lo hanno fatto con un colpo di mano, alla calciopoli per intendersi.

E' accaduto l'incredibile: l'Europa ha accettato passivamente la certificazione dei bilanci dei vari paesi membri senza che vi fosse alcun controllo da parte di chichessia. Tradotto in parole povere, l'Europa all'atto della sua costituzione ha spalancato la porta a paesi in grave deficit come Grecia, Portogallo ed Irlanda senza alcuna ispezione comunitaria che, udite udite, non era prevista perché non si pensava che uno o più paesi potessero drogare i propri bilanci.

E così la Grecia, autocertificatasi bellamente sotto il 3% nel rapporto deficit/pil si è scoperta invece incrinata del 12% (dico, IL QUADRUPLO Signori!) e pendente sull'orlo del baratro. Per un pò il paese ellenico è riuscito a mantenere le apparenze, poi è miseramente crollato.
Ed ora i cretini di Bruxelles che non avevano "previsto" tale eventualità ci obbligano a sborsare fior di miliardi per tamponare gli attacchi speculativi (peraltro già iniziati) contro la nostra moneta. Gran bella mossa, aquile!

La situazione quindi è complessa ma la via purtroppo obbligata: bisognerà metter mano al portafogli, alla facciaccia dei diktat europei sul contenimento della spesa pubblica. Alla facciaccia, aggiungo, di tutti i sacrifici che noi abbiamo fatto per poter entrare in Europa puliti e con un disavanzo accettabile. La strategia dell'Europa è incredibile: chiede a noi sacrifici e si gira dall'altra parte quando alcuni paesi barano spudoratamente.

D'altra parte, purtroppo, non c'é alcuna possibilità di uscita: lasciar fallire la Grecia significherebbe per noi un disastro peggiore della recente crisi, in quanto molte banche (lungimiranti, non c'é dubbio...) hanno esposizioni vertiginose nei confronti del nostro "partner" affacciato sull'Egeo. D'altro canto, però, l'aiuto alla Grecia diventerà un ulteriore tributo di sangue per i cittadini delle altre nazioni.

Ma non è tutto: da poco sono entrate in Europa molte nazioni dell'est europeo, altre entreranno a breve ed alcuni sciagurati propongono anche l'ingresso della Turchia. Prima di aprire le braccia come dei coglioni, avremmo dovuto dare un'occhiatina anche a quei bilanci, se permettete...

Il bello è che poi c'é chi ha il coraggio di sorprendersi e lamentarsi se in alcuni paesi i referendum popolari bocciano in massa l'adesione all'UE...

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13 marzo, 2009

Disastroso McCain

I più in Italia non lo sanno perché la notizia non è stata diffusa con la dovuta importanza ma una dichiarazione del senatore ex competitore per la poltrona allo studio ovale John McCain ha messo i brividi a tutto il sistema finanziario sia americano che mondiale.
Il senatore McCain ha affermato con una leggerezza che ha dell'incredibile che "se fosse stato per lui avrebbe lasciato fallire qualche banca ed azienda in difficoltà" facendo riferimento implicito alle grosse banche d'affari, gruppi assicurativi ed aziende dell'auto che in questo periodo di crisi arrancano nel panorama economico mondiale.
Una dichiarazione simile mi sembra o sintomo di senilità incipiente oppure di irresponsabilità conclamata: in un momento in cui i discoccupati fioccano e circolano nel mondo prodotti tossici in parte anche causati dal fallimento di Lehman-Brothers, far circolare un'affermazione simile è un vero e proprio atto di terrorismo economico.
Forse il senatore McCain non comprende che se fallissero banche ed aziende del calibro di Citibank, di General Motors o di Ford la crisi globale si aggraverebbe in maniera terrificante facendo saltare come in un domino tutte le banche che detengono titoli od azioni di queste aziende. Senza contare, inoltre, che a loro volta le banche fallite inquinerebbero con altri tossici altre banche perché esse stesse emittenti di titoli ed azioni che a quel punto diventerebbero carta straccia.
Proprorre un simile piano di fallimenti sarebbe come dare la spinta definitiva per buttare nel baratro l'economia americana e mondiale. Una pazzìa, insomma!
Bene invece sta cercando di fare Obama nello statalizzare provvisoriamente le aziende in difficoltà: in certi momenti della storia, ovvero durante crisi particolarmente acute, non si può sottilizzare sulla provvisoria sospensione del libero mercato perché quando in gioco vi sono milioni di posti di lavoro ed il pericolo, anzi, la certezza, che l'economia ne esca incenerita la soluzione più intelligente è quella di prendere atto di dover intervenire con quasiasi mezzo mentre si riscrivono le regole del gioco.
Qui non si tratta di socialismo, si tratta di sopravvivenza: forse qualcuno a McCain dovrebbe dirlo, perché il paragone è come quello di un paziente affetto da una grave e contagiosa malattia che viene costretto ed internato in un reparto d'isolamento: la sua libertà personale viene giustamente e provvisoriamente sospesa onde evitare che dissemini in giro la malattìa.
Dopo una simile dichiarazione, dunque, inorridendo per l'incredibile leggerezza di certi discorsi di un uomo che ora reputo come assolutamente inadeguato a ricoprire qualunque carica politica di rilievo, sono ben contento che alla Casa Bianca sia seduto il candidato democratico Barack Obama.
E senza alcuna ideologia ma con logico pragmatismo faccio il tifo per lui.

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10 ottobre, 2008

Inutilmente Europa

Dopo aver subito anni di sacrifici, spese, crescita abnorme dei prezzi, diktat e manovre oscure da parte di un'Europa litigiosa e polverizzata pensavamo di esserci almeno messi in tasca una minima dose di sicurezza.
Si diceva che l'Europa ci avrebbe protetto contro l'immigrazione clandestina, che le unità militari congiunte avrebbero pattugliato le nostre coste per impedire la transumanza delle folle che dall'Africa spingono per entrare nel Vecchio Continente usando come porta principale il nostro paese.
Questo sogno è durato un tempo pari a zero. L'Italia ha dovuto imparare a fare tutto da sé, anzi, non appena si cerca di varare una piccola legge che perlomeno freni tale fenomeno gli intellettualoidi di Bruxelles ci bastonano sonoramente dandoci dei razzisti (sotto la sapiente regìa delle sinistre che sul fronte interno rincarano la dose) per poi rimangiarsi le accuse affrettate ma già ben consolidate in seguito ad una lettura più attenta di detti provvedimenti.
Si diceva che l'Europa si sarebbe fatta sentire all'unisono in politica estera quando si fosse presentata la necessità di fare la voce grossa contro i paesi che finanziano, appoggiano e tollerano il terrorismo.
Niente di tutto questo, dalla guerra dell'Iraq ad oggi l'Europa si è spaccata a metà come una mela su qualunque questione e quelle rarissime volte che ha partorito un ectoplasma di convergenza lo ha fatto edulcorando così tanto la propria voce da risultare ancora meno incisiva delle risoluzioni-straccio emanate dall'ONU.
Ora si presenta la questione economica: la crisi ci ha portato sull'orlo della scarpata, una volta tanto si chiede all'Europa l'unica medicina in grado di far migliorare la moribonda economia dei ventisette, ovvero un'azione congiunta e decisa per poter contrastare l'attuale crollo delle borse e dei mercati. Si chiede finalmente di incassare un minimo dividendo di quell'investimento che facemmo quando decidemmo di entrare in Europa, accollandoci sacrifici e tramonti incerti.
Ebbene, che fa l'Europa nell'unica occasione che ha per potersi dimostrare utile? Esattamente il contrario. Ogni nazione agisce disordinatamente, in ordine sparso e come meglio crede. Ognuno dei ventisette paesi possiede per sé una ricetta diversa, applicandola in tempi e modalità differenti. Nessuno vuole unire i propri sforzi a quelli degli altri e l'ovvia conseguenza è una sciagurata e penosa corsa sul ponte del Titanic, cercando di attaccarsi dove si può per piombare in acqua il più tardi possibile.
E così, pur essendo trainata nella crisi finanziaria solo di riflesso, l'Europa, come un kamikaze, punta dritta al centro del buco nero invece che accendere i motori per uscirne.
E' il festival dell'assurdo: si pensa agli effetti di un'inflazione controllabilissima e comunque temporanea quando servirebbe tagliare da subito e con decisione i tassi d'interesse: sarebbe come se un paracadutista in caduta libera perdesse tempo per sistemarsi il casco in attesa della zuccata sull'asfalto anziché pensare di tirare la cordicella del paracadute.
E' per questo motivo che le economie dei paesi facenti capo a quest'Europa assurda, marcia e primitiva deflagrano senza un lamento, tanto il conto lo paga l'eurocontribuente.
E pensare che c'é ancora chi si stupisce quando i cittadini dei paesi membri mandano regolarmente a fanculo la ratifica della sua costituzione.

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06 ottobre, 2008

Papecunia non olet

Siamo al delirio.

Papa Benedetto XVI anche stavolta, dopo la questione dei condom e degli anticoncezionali, ha perso una buona occasione per evitare di coprirsi di ridicolo od attirare su di sé l'indignazione delle persone che usano un minimo di cervello.

In occasione della crisi finanziaria in atto, il Papa ha dichiarato che "Vediamo adesso nel crollo delle grandi banche che i soldi scompaiono, sono niente, e tutte queste cose che sembrano vere in realtà sono di secondo ordine". Poi ha rincarato la dose: "Solo la parola di Dio è una realtà solida".

Lo confesso, sono attonito. Non mi piacciono le invettive alla Guzzanti, però di fronte a tali assurde esternazioni mi domando davvero se quest'uomo abbia un senso della realtà oppure viva nel mondo dell'iperuranio.

Se fossi stato il Papa avrei fatto un discorso del tipo "Il capitalismo speculativo fine a se stesso è cosa assolutamente sbagliata di cui prima o poi si pagano le conseguenze. La speculazione dev'essere saggia e soprattutto moderata perché dev'essere un mezzo e non un fine per migliorare la nostra vita terrena". Insomma, un occhio anche alla praticità della vita di tutti i giorni.

Ma il papa no. Il papa è radicale. Solo in Dio si trova tutto ciò che serve all'uomo, le esigenze terrene sono una quisquilia non degna di importanza. I soldi sono il demonio, gli interessi sul mio capitale sono orrori da eliminare (qualcosa mi ricorda il comunismo): il prossimo mese invierò a Dio le mie bollette ed alla provvidenza le mie tasse, poi se mi vengono a staccare il gas e la luce chiederò spiegazioni e miracoli al Datore di Lavoro del Papa.

Ma che dice quest'uomo? L'essere umano non campa solo di preghiere e di fede bensì anche di gratificazioni terrene. L'uomo ha quotidianamente a che fare con la malvagità, con la bontà, con i suoi bisogni, con i desideri, con la tangibilità del frutto del suo lavoro ed infine, perché no, con lo slancio necessario per raggiungere una condizione sociale sicura e tranquilla tramite la competitività e la meritocrazia, di cui la gratificazione è appunto il denaro. Certo, non bisogna mai perdere di vista il fatto che il denaro non fa l'uomo ed un animo umano attratto solo dai soldi è arido e vuoto ma questo è un caso estremo. La domanda per una persona normale che vive le disponibilità economiche dando loro la giusta importanza è: perché dovremmo fustigarci in continuazione come fanatici? I soldi sono cosa utile e positiva poiché quantificano concretamente il valore degli oggetti che tutti noi usiamo, altrimenti saremmo ancora al baratto arbitrario (che anch'esso in fin dei conti è una relazione commerciale). Il denaro ovviamente ci facilita la vita anche se non può riempircela. Poi, che se ne abusi (come è accaduto) è un altro paio di maniche: ma il Papa non ha sviluppato il suo discorso in questo senso, egli si pone come nemico dei soldi (e del capitalismo) in generale. Più o meno come Papa Giovanni Paolo II da cui Ratzinger ha assorbito parecchio e che a dispetto di tutte le lacrimucce versate dal popolo e la mitizzazione postmortem da parte dei media non mi è mai stato simpatico.

Ebbene, chiediamo un pò al Papa quanto ci costi la Sua Chiesa, cosa fanno le sue banche quando macinano denaro (e speculano allegramente come tutte le altre), il perché alcune banche vaticane sono tra le maggiori mediatrici per l'esportazione di armi verso paesi del terzo mondo. Chiediamoci quanto costi un viaggio papale, quanti ori e tesori del Vaticano (ben custoditi nelle casseforti - non si sa mai che il diavolo ne fuoriesca) siano proprietà della Chiesa e quanti immobili essa possieda. Perché il Papa chiede alle Sue pecorelle lo 0,7% delle imposte annuali? Perché quando il Papa s'ammala ha a disposizione sempre i migliori chirurghi ed un intero piano dell'ospedale? Quanto costa un semplice abito da cerimonia di un comunissimo prete tra stole, rasi ed oro zecchino? Perché la Chiesa non paga l'ICI?

Guardate che bell'abitino discreto indossa il Papa nella foto inserita.

Scusatemi ma queste esternazioni mi fanno infuriare: non accetto questo genere di prediche da chi vive nel lusso stratosferico pretendendo falsamente di portare la parola di Cristo, il Figlio di Dio, un Uomo Immenso che a differenza del Papa cavalcava un asino e morì nudo su una croce.

VERGOGNA!

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02 ottobre, 2008

La tua banca, la tua famiglia

In questi giorni di crisi ho sentito molti commenti sulla differenza tra le banche estere e quelle italiane che pare abbiano risentito, tranne poche eccezioni, in misura modesta della batosta subprime. Certo, lo stato d'allarme permane ma il peggio sembra essere scongiurato: il piano di finanziamento messo in atto dalla FED e la copertura dell'UE pare aver raffreddato una situazione che si stava facendo sempre più incandescente.

Ciò che non mi ha convinto, anzi, direi che proprio non mi è piaciuto, è stato il messaggio che si è cercato di far passare secondo il quale le banche italiche siano un modello di attenzione, di sicurezza ma soprattutto di virtù.

Si è detto che le nostre banche non speculano come quelle americane, che la banca italiana è "formato famiglia" e che i nostri soldi lì sono al sicuro. La banca viene presentata come una specie di premurosa sorella, insomma, come quelle della pubblicità in cui il cliente si trova felice a correre su un prato di margherite e coniglietti rosa perché c'é l'istituto di credito alle sue spalle pronto a garantirgli un aiuto quando è in affanno o quando possiede qualche progetto da finanziare.

Siccome il sottoscritto ha la memoria lunga ritiene che questa visione bucolica del mondo creditizio non solo sia falsa ma del tutto fuorviante: chi non ricorda lo scandalo del Banco Ambrosiano e più recentemente quelli di Parmalat e dei bond argentini? In questi ultimi due casi molte banche specularono vergognosamente sulle spalle degli ignari cittadini vendendo loro carta straccia (sapendo benissimo essere tale) a valore nominale , in modo che chi avesse pagato le conseguenze degli investimenti sbagliati dell'istituto di credito sarebbero stati i risparmiatori.
Ed infatti molti risparmiatori si trovarono improvvisamente sul lastrico dopo che i loro "consulenti" li avevano riempiti di balle.

Io stesso, in prima persona, ebbi prova di quanto fameliche siano le banche: alcuni anni fa decisi di comprare una fabbrica molto solida con il mio ex-socio ed ci rivolgemmo alle banche per farci erogare un mutuo ipotecario. La banca che scegliemmo, dopo aver analizzato tutto quanto ed eseguite le perizie sul fabbricato scoprì che solo il valore del terreno e della struttura superava di una volta e mezzo il valore del mutuo. In sostanza ammise, io presente, che quello era un grande affare. Il direttore ci disse che il mutuo sarebbe stato erogato. Dopo averci fatto perdere mesi e preparare tutto quanto mi arriva una telefonata a casa: il direttore mi dice che per la fabbrica ci sarebbero voluti altri 400.000€. Io ed il mio socio ci consultammo e prendemmo una decisione, acconsentendo. Passa un'altra settimana e di nuovo il direttore ci telefona: "sa, non è sufficiente, vorremmo anche degli immobili a garanzia" fu l'incipit del discorso.

Lo mandai a fanculo in diretta telefonica, testuali parole. La trattativa saltò e la fabbrica venne acquistata da un'altra società.

Pertanto consiglio i vari commentatori di non tessere tanto le lodi delle banche italiane né che si faccia credere alla gente quanto tali istituzioni agiscano sempre in maniera onesta e trasparente: il tempo delle favole è tramontato per noi, prima che per gli americani.

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29 settembre, 2008

Liberazione (dal giornale)

Ciò che sta accadendo a Liberazione, il quotidiano diretto da Sansonetti, è sintomatico di come le sinistre (ed in particolare quelle estreme) sappiano gestire l'economia.

I partiti facenti parte dell'Arcobaleno hanno i conti in rosso ed il loro giornale versa in condizioni difficili: per la verità i comunisti ed in genere i sinistri non mi paiono un granché in veste di economisti, visto che già Il Manifesto in passato fu costretto a questuare un aiuto dai lettori mentre l'Unità addirittura sospese la propria pubblicazione.

Ma tant'é. Per Liberazione vi è però un quid in più, un paradosso ulteriore: al giornale si sciopera contro il partito di Rifondazione Comunista a causa del "comportamento antisindacale" dello stesso e della "mancanza di chiarezza sul futuro del giornale e la sorte di chi ci lavora".
Il che appare una comica perché sarebbe come se si andasse dal Papa a protestare per la mancanza della messa domenicale.

Il giornale di Sansonetti quindi entra in un tunnel difficile: personalmente ho in odio le idee di Liberazione, che rappresentano quanto più opposto e distante si può trovare dal mio modo di concepire il mondo e la realtà dei fatti.

Ma io, a differenza di chi si professa comunista e fa di tutto per mandare a ramengo l'avversario politico e le sue società, tengo a precisare che la perdita di posti di lavoro IN QUALUNQUE CASO è sempre un dramma ed una tragedia per coloro i quali ne subiscono le conseguenze.

Pertanto, reprimendo una parte di me che tifa per il fallimento di Liberazione (e quindi anche delle sue idee pubblicamente espresse) devo confessare che mi spiacerebbe vedere famiglie sul lastrico per scelte sbagliate o per cattiva amministrazione.

La stesso archetipo di amministrazione, ricordiamolo, che in due anni ha portato l'Italia sull'orlo della bancarotta.

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08 settembre, 2008

USA - EUROPA: 200 - 0

Ieri, Domenica 7 settembre, abbiamo potuto toccare con mano le differenze sostanziali di impostazione economica che intercorrono tra la vecchia e decadente Europa e gli interventisti Stati Uniti d'America.

A fronte della famosa crisi dei mutui subprime che stava portando l'economia americana in un territorio molto pericoloso, d'urgenza ed eccezionalmente in un giorno festivo è intervenuta la Federal Reserve che ha iniettato 200 miliardi di USD di liquidità nelle casse delle due maggiori società immobiliari statunitensi, la Freddie Mac e la Fannie Mae le quali da sole detengono il 50% del portafoglio dei mutui made in USA.

Il governo statunitense con lungimiranza e con decisione è intervenuto in proprio e senza mediare con alcun istituto superiore per il semplice motivo che l'economia americana può sì fluttuare libera (e quindi incorrere anche in gravi crisi) ma può anche correggere tali crack facendo ricorso al serbatoio di liquidità del governo federale senza dover elemosinare niente da nessuno, né poter essere tacciata di "aiuti di stato" da schifiltose istituzioni onnipotenti create solo per rompere le scatole ai governi centrali.
Scrivendo in modo più semplice, quando gli americani sono seria in difficoltà, nonostante essi seguano quasi sempre le regole del mercato che prevedono fallimenti od esuberi, dispongono in via eccezionale di uno stato forte e presente che funge da guardia del corpo della loro economia. Ovviamente il governo pretende in cambio la rimozione e la messa in stato d'accusa di tutti i dirigenti delle società debitrici e non abbiamo dubbi che costoro in un paese credibile come gli States se la passeranno al fresco per un bel pò di tempo.

L'Europa invece, vecchio inutile carrozzone pieno di burocrati, di regole e di leggi suicide, ama farsi del male da sola: quando società chiave come Alitalia o similari sono sull'orlo del fallimento, accadono due cose strettamente connesse. Dapprima, si lascia tutto com'é. Gli scioperi continuano, i politici mangiano e speculano, la società va alla bancarotta trascinando anche le collegate e l'Unione Europea si disinteressa completamente del caso "perché non è di sua competenza", come se tali società appartenessero al Laos anziché ad uno stato europeo. Insomma, l'Europa si è data la regola di non avere il potere di far nulla, se non di stare a guardare come si sprecano risorse e come una malagestione porta alla rovina le sue società più quotate.

Questo finché non si arriva alla seconda fase, quella del fallimento.
D'incanto l'Europa si sveglia, acquista tutte le competenze possibili ed immaginabili, anche quella di misurare l'aria che si respira ed inizia a martellare le società già in difficoltà con continui dinieghi in nome della "corretta" competizione tra stati, come se i fallimenti delle società in questione fossero una questione remota come le macchie solari e non invece la debacle di una parte importante di risorse europee e quindi da difendere. L'Europa impedisce di aiutare le società strategiche in difficoltà, di dare una mano in termini di risorse ed un fondo europeo destinato a questo scopo è ripudiato come la peste bubbonica. Le società, insomma, devono tirarsi fuori dai guai da sole tra mille ostacoli: ciò sarebbe anche plausibile se si trattasse di società a basso impatto economico ma diventa invece esiziale nel caso in cui tali società costituiscano l'ossatura principale di una nazione. L'Europa, in nome dell'uguaglianza tra soggetti economici, equipara una piccola fabbrica di cioccolatini con la FIAT, facendo valere per entrambe le stesse regole, come se il fallimento dell'una o dell'altra avessero uguali impatti sull'economia sia del paese membro sia dell'Europa stessa.

In sintesi, dal momento che la pervasività dell'Europa è fin troppo evidente in ogni scelta ed in ogni campo del quotidiano, due sono le strade che si potrebbero seguire: la prima, annullare l'ingerenza dell'Europa sulle scelte economiche dei privati, dei governi e dei rapporti biunivoci tra di essi. La seconda, agire in modo diametralmente opposto, aumentando la pervasività di quest'ultima non esclusivamente quando i buoi sono già scappati dalla stalla, bensì allo scopo di prevenzione, costituendo un fondo di emergenza ed un organismo europeo di controllo che abbia l'autorità di intervenire PRIMA che le aziende strategiche vadano in bancarotta, ricalcando un pò l'azione della CONSOB nel momento in cui essa sospende i titoli per eccesso di ribasso e manda gli ispettori a valutare l'operato degli amministratori. In tal caso, l'Europa, invece di dormire come sempre fa, dovrebbe avere l'autorità per cancellare e sostituire i CDA delle aziende qualora le cose andassero troppo male, in maniera tale da evitare ulteriori danni e difendere capitali, posti di lavoro e ricchezza dei paesi costituenti.

Purtroppo, invece, ci troviamo con il solito vecchiume di un'Europa imbecille ed acefala, che non sa distinguere un capello da una trave e che si muove con autorità solo per intralciare e mai per migliorare.

E gli altri, deridendoci, si difendono con tutte le potenzialità a loro disposizione. Giustamente.

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24 giugno, 2008

Soluzione rifiuti

E' iniziata nuovamente la protesta faziosa e pretestuosa contro termovalorizzatori e discariche in quel di Napoli.

Bene, io un'idea per tranquillizzare gli abitanti campani l'avrei: invece di insediare i termovalorizzatori a Napoli costruiteli qui, nelle campagne del Nord Italia. Ferrara, la mia città, potrebbe ad esempio essere una provincia adatta ad ospitare un grande termovalorizzatore per Napoli.

Ovviamente i costi di carico, scarico, trasporto, gestione, funzionamento del termovalorizzatore e costruzione dello stesso saranno sempre e totalmente a carico della cittadinanza campana, che si vedrà addebitare in bolletta tutte le spese che questo piano comporta.
L'immondizia è un business ed i termovalorizzatori hanno ottenuto un simile livello di sicurezza ambientale da essere non solo accettati ma benvenuti qui da noi.

Fate pure i termovalorizzatori nel Nord, se i campani ne accettano tutti i costi potremo prendere due piccioni con una fava, ovvero vesuviani più poveri ma più felici e polentoni ugualmente contenti ma più ricchi.

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11 giugno, 2008

Mediolanum, giù i mutui!

Lungi da me il fare pubblicità ad una banca, sia essa di Berlusconi che in mano alla Chiesa od alla sinistra.

Le banche, si sa, non godono tra gli italiani di una nomea molto edificante perché negli anni alcune di loro si sono rese protagoniste di scandali e talvolta di truffe.

Ebbene, tra tutte le banche operanti oggi sul mercato italiano ve n'é però una che ha deciso, di sua iniziativa ed ovviamente in linea con le risoluzioni prese dal governo in tema di mutui, di operare unilateralmente una rinegoziazione di quelli cosiddetti "a tasso variabile" per dare una mano a quelle famiglie che non avevano calcolato nelle loro previsioni un'ascesa della rata così eccezionale e pesante.

Parliamo di Banca Mediolanum, il cui presidente Dr.Ennio Doris ha oggi annunciato che, indipendentemente ed in aggiunta alle facilitazioni che il decreto Tremonti ha stabilito in tema di mutui a tasso variabile che anche l'istituto di credito in questione farà la sua parte, rinegoziando il mutuo con un risparmio medio di un ulteriore 0,65% portando così a livelli più sostenibili la rateizzazione di quest'ultimo.

Non solo: tutti sanno che la "portabilità del mutuo" è uno specchietto per le allodole perché a fronte del "costo zero" applicato effettivamente dalle banche vi sono spese di tipo notarile piuttosto pesanti per un utente che già si trovi in difficoltà finanziarie per conto suo. Ebbene, Banca Mediolanum ha pensato di assistere i nuovi clienti nella ricezione di tali mutui rimborsando le spese notarili ed affiancando i suoi esperti per il completamento delle pratiche.

In un clima di crisi economica così gravosa mi sembra che l'iniziativa di Banca Mediolanum vada nella direzione giusta.

P.S: né io né la mia famiglia siamo in alcun modo collegati con Banca Mediolanum, per cui questo articolo non è da interpretarsi a fini di lucro ma semplicemente come un semplce rilievo di stampo economico.

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22 maggio, 2008

Gli insoddisfatti a tempo pieno

Vi sono persone che non sono mai contente. O meglio, non sono mai contenti i soliti detrattori del governo Berlusconi, visto che la maggioranza del popolo sovrano ha votato per il programma del Cavaliere il quale non ha promesso mari e monti ma una linea di governo chiara e ben orientata.

Già l'altroieri sentivo alcune critiche, peraltro insostenibili e poco convincenti riguardanti il pacchetto immigrazione e l'abolizione dell'ICI.

Oggi la novità più incredibile: le associazioni dei consumatori accusano il governo di non aver legiferato in favore di alcuno sconto sui mutui a tasso variabile ma di avere "solo dilazionato" i pagamenti.

Ebbene, questa pretesa è non solo iniqua ma anche assolutamente irricevibile: chi nel passato ha contratto un mutuo a tasso fisso ha pagato rate più alte ed interessi superiori rispetto a coloro che hanno optato per il tasso variabile. In sostanza chi ha scelto il fisso si è impegnato in un'avventura economica ben più onerosa in cambio della sicurezza riguardante il suo investimento.

La crisi dei mutui subprime e dei mercati mondiali oltre alle terribili condizioni in cui Prodi ha lasciato l'Italia in questi due anni, hanno fatto lievitare moltissimo ed in modo inaspettatamente anomalo i mutui a tasso variabile, tanto che molti debitori attualmente faticano a pagare le rate alle banche.

Ebbene, siccome non tutte le banche a buon diritto sono disposte a rinegoziare tali mutui e poiché la portabilità di un mutuo, nonostante le ultime leggi che prevedono la gratuità dell'operazione, costano comunque fior di quattrini (spese notarili, di registro, etc...), nell'ultimo Consiglio dei Ministri si è pensato che fosse una cosa positiva ed anche umana il dare una mano a coloro che non riescono più a far fronte a tali mutui, riducendo per legge le rate all'importo che avevano nel 2006. Ovviamente (e qui sta la giustezza del provvedimento) per coloro che accettassero questa soluzione tali rate verrebbero "spalmate" in un tempo più ampio del previsto al fine di recuperare il denaro perso a causa di questa riduzione, con l'intesa che se il mercato facesse dietrofront e le rate scendessero di valore sotto il livello del 2006, le banche restituirebbero il denaro in eccedenza.

Questa soluzione, pur aiutando coloro che non si aspettavano un'effettiva anomala crescita delle rate è al tempo stesso rispettosa della differenza tra chi invece di scegliere rate a tasso variabile prendendosi dei rischi ha preferito dormire tranquillo, caricandosi di oneri. Insomma, non si vede perché si dovrebbero applicare sconti e facilitazioni a coloro che hanno scelto la scorciatoia pur sapendo che essa sarebbe potuta essere lastricata di trappole.

Insomma, per chi chiama aiuto e sta per affogare anche una scialuppa va benissimo: non è necessario pretendere che arrivi lo yacht.

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10 settembre, 2007

Credete in me, italiani!

"Tranquilli, italiani, nella prossima finanziaria non *aumenteremo le tasse. Parola del governo."

* A condizione che si raggiunga una crescita economica del 2%

Da oggi siamo tutti più felici per i seguenti motivi:

Primo, perché il governo ha dato la sua parola, c'é da credergli, no? In fondo mica ha mai cambiato opinione in quest'anno e mezzo di esecutivo!

Secondo, perché, come le postille ingannevoli dei vari gestori telefonici, il non aumento delle imposte è condizionato ovviamente al raggiungimento di un obbiettivo pretenzioso. Nessuno di noi, però, mette in dubbio che, grazie all'accorta politica economica dell'esecutivo, tale obbiettivo si raggiungerà senza nemmeno pensarci troppo.

Terzo, perché già da gennaio avevamo sentito parlare di "fase due" (ma che fine ha fatto?) e perché fino alla settimana scorsa ci era stato promesso l'abbassamento delle tasse, non la loro stabilizzazione. Ovviamente c'é da credere a Prodi, la colpa è tutta dei nostri timpani che hanno percepito male le parole del Presidente del Consiglio, 59 milioni x 2 = 118 milioni di timpani, tutti danneggiati!

Bizzarri, questi italiani, che non ne capiscono una giusta...

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24 agosto, 2007

BOT...te da orbi !!!

Finite le "vacanze" che io non ho fatto per motivi di lavoro all'estero (tornerò fortunatamente lontano da questo ignobile paese tra brevissimo) vengo informato dai giornali di come gli italiani si preparino ad essere posizionati a novanta gradi ed essere spremuti ancora di più dalle sinistre che si apprestano ad alzare le tasse sui rendimenti, mentre grazie all'attuale rapina fiscale il gettito è abbondantemente eccedente rispetto a quanto servirebbe. Tornando nel paese dei cachi mi chiedevo: chissà quali altre tasse troverò al mio ritorno? Appena arrivato all'aeroporto acquisto il giornale e - tal lì - come si dice in ferrarese, che significa ecco qui, eccoci serviti. Tasse sulle rendite al 20% e si parla di "riallineamento con l'Europa". Peccato che ci si riallinei sempre quando c'é la pagare, la linea in tal caso è sempre chiara e tracciata; mai però che ci si riallinei con la media europea in termini di prelievo fiscale quando i cittadini ne devono avere o sul costo dei carburanti letteralmente drogato da accise sulla guerra di Somalia od ancora sull'artificioso calcolo dell'inflazione concernente il costo della vita. Se così fosse sarebbe ovviamente un riallineamento verso il basso, visto che le nostre tasse sono le più alte: in tal caso lo stato dovrebbe abbassare le sue pretese di sperpero, mentre gli incapaci dell'attuale governo che affossano il paese a spese del contribuente dovrebbero accontentarsi di qualcosa in meno in termini di stipendio.

Dover pagare il 20% sulle rendite significa che è davvero meglio tenere i soldi sotto il materasso, se non altro non si è costretti a tenerli bloccati per anni in investimenti infruttuosi.

E' una farsa: immaginate un cittadino che non se la sente di rischiare i suoi soldini investendo in azioni. Generalmente questo cittadino è anziano, non troppo acculturato o di estrazione sociale precaria, insomma, il suo profilo corrisponde in gran parte a quello classico dell'elettore medio della sinistra. Questo anziano non vuole perdere i suoi soldi perché non ne capisce nulla di mercati (come dargli torto!) e poiché nelle speculazioni le banche gli rifilerebbero subito delle patacche come è accaduto per Parmalat-Cirio-Argentina, decide di acquistare BOT o CCT i quali gli rendono se va bene il 2% (ma se va veramente bene!). Così facendo concede un prestito allo stato, insomma, lo stesso stato che, se vogliamo essere volgari e brutali, lo sodomizzerà a sangue. Ipotizziamo che l'anziano abbia 50.000€ di risparmi da parte i quali al 2% di interesse producono un rendimento per la misera somma di 1000€ annui. Su questi 1000€ di guadagni ecco abbattersi una tassa del 20%, ovvero 200€; all'anziano rimarranno la bellezza di 800€ annui che gli verranno "ciucciati" dall'ICI aumentata da Prodi o peggio, se stupidamente deciderà di morire, sua moglie s'indebiterà alla grande per via della tassa di successione introdotta sempre dalle sinistre. Mentre francamente godo per gli anziani che hanno votato la sinistra sono solidale con coloro che non l'hanno fatto.

Un dubbio però mi pervade: che il fatto di costringere la gente a non morire per non indebitarsi sia una misura astuta per allungarci la vita? Che il nostro governo tenga così tanto alla nostra salute? Altroché prevenzione, questo sì è un deterrente che scoraggia i decessi! Gli indizi, peraltro, ci sono: in fondo Prodi & Co. hanno aumentato l'età pensionabile, no? Mah. Subito di seguito una considerazione mi balena in mente: da parte mia l'acquisto di BOT e CCT italiani se lo possono scordare d'ora in avanti e se gli italiani, come me, fossero così compatti nel non prestare più i soldi a questi furfanti ne vedremmo proprio delle belle!
Che sia questo il vero sciopero fiscale paventato da Bossi?

Vabbé, mi dico, appena tornato mi sono accorto che è everything as usual, tutto come al solito, non essendo ancora entrato perfettamente nella mia lingua madre dopo mesi di astinenza dall'italiano: poi giro la pagina del quotidiano e vedo Montezemolo inferocito, "non pagheremo un euro di più di quanto paghiamo ora!!!" afferma minaccioso ed accalorato.

E' l'apoteosi del contrappasso, finalmente qualcosa che mi rende felice tra terribili notizie su roghi, ragazzine ammazzate, droga e VIP con le proprie chiappe sparse su miriametrici panfili: Luca Cordero piange, è una notiziona, il primo sostenitore della sinistra durante il governo Berlusconi ora se la fa sotto.
Anche se non è anziano, sottoculturato o di estrazione sociale precaria, devo dire che le sue lacrime, in fondo, mi riempiono di malcelata gioia.

Un saluto a tutti i lettori ritrovati (e rovinati).

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11 maggio, 2007

Aprire una società in Svizzera

L'altro giorno un mio collaboratore che fa il consultant a Zug mi ha inviato uno schema che espone la nuova tassazione svizzera per le società, visto che prossimamente ho deciso di trasferirmi nel paese di Guglielmo Tell ed aprirne una in loco.

Dunque, una società ordinaria (paragonabile ad una SPA italiana) costa di tasse statali l'8,50% e di tasse cantonali (cantone Zug) il 4% sui primi 100.000 CHF = 60.000 € circa) ed il 7% per il rimanente scaglione oltre a 100.000 CHF. Inoltre vi è una tassa per quota di 1,61 CHF.

Ho fatto un pò di conti e costituendo una società che fattura, mettiamo, 250.000 CHF annui divisa in 100 quote si dovranno pagare:

21.250 CHF di tassa statale +
4.000 CHF di tassa regionale fino ai 100.000 CHF +
10.500 CHF per la tassa regionale sui rimanenti 150.000 CHF +
161 CHF sulle quote (le shares ipotizzate sono 100).

Facendo una rapida addizione, su 250.000 CHF (che al tasso di cambio contro € aggiornato all'11 Maggio 2007 vogliono dire circa 152.000 € di guadagno lordo annuale) abbiamo tasse per 35.911 CHF (circa 22.000 € stimato in eccesso) ovvero complessivamente più o meno il 14,36 % del guadagno lordo (!!!).

Ciò significa che uno Stato con la maiuscola e che funziona, con ospedali come hotel ed in cui per un esame clinico non si aspetta più di 10 giorni, con una magistratura seria, tutti i suoi servizi perfettamente funzionanti, senza extracomunitari che assaltano le ville, con le sue brave centrali nucleari che sparano nelle linee elettriche energia a iosa senza inquinare e che non ti assilla con continue novità in fatto di pensioni o stato sociale si paga la miseria del 15% di tasse e si pagano, lasciatemelo dire, BEN VOLENTIERI anche se fossero più alte.

Se poi la società possiede un patrimonio (immobili, ad esempio) l'addizionale cantonale per Zug è del 5 per mille per cui ammettendo che la società possieda un immobile da 400.000 € (658.435 CHF) l'imposta societaria sul bene è di 2000 €, ovvero una cifra abbordabile anche da un pensionato italico.

Ora andate dal Vostro commercialista con questo prospetto e confrontatelo con le tasse che si pagano in Italia in cui almeno il 50% (con picchi del 70%) vi viene RAPINATO da uno stato famelico i cui servizi sono allo sfascio e capirete quanti litri di lacrime e sangue si possono risparmiare semplicemente dicendo addio a questa nazione del terzo mondo.

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27 aprile, 2007

Il pasticcio del cuneo fiscale

In un anno di infame ed incompetente gestione della Res Publica da parte di questo assurdo governo sta prendendo corpo un gravissimo problema derivato dalla madre di tutte le promesse che in campagna elettorale Prodi sbandierò allo scopo di cercare disperatamente consensi: il problema del cuneo fiscale.

Il cuneo fiscale è, semplificando, il gap (la differenza) esistente tra il costo lordo di un lavoratore (busta paga + contributi, tasse etc..) ed il netto in busta paga secondo un rapporto molto simile al peso lordo e peso netto, di cui la tara rappresenta appunto il cuneo.

Prodi durante la campagna elettorale affermò che avrebbe ridotto il cuneo fiscale alle industrie (quindi la tara, ovvero il prelievo fiscale sul lordo) in modo da consentire la suddivisione delle risorse liberate tra aziende e lavoratori stessi, tagliando di conseguenza le spese contributive per le aziende ed aumentando il netto in tasca all'operaio.

Ma proprio da quest'affermazione nasce il problema: Prodi fece una promessa che agli occhi dell'Europa risulta illegale.

L'Unione Europea, infatti, prevede che leggi specifiche in fatto di economia non possano essere settoriali, a vantaggio cioé solo di alcuni soggetti economici escludendone altri aventi lo stesso status. La promessa di tagliare il cuneo solo "alle industrie" è pertanto di per sé illegale perché sarebbe come promettere agevolazioni fiscali a coloro che sono più alti di 1,75 m. escludendo tutti gli altri. Non si vede come mai, infatti, queste agevolazioni non possano essere estese anche ad altri soggetti quali le banche, le assicurazioni, i servizi e via dicendo.

Quando entrammo in Europa dovemmo abbandonare la consuetudine di intervenire con aiuti di stato, ovvero con denaro pubblico da iniettare in aziende già decotte per impedirne il fallimento. L'Europa, giustamente, eliminò questa pratica diffusa bollandola come concorrenza sleale perché da una parte si poteva favorire il protezionismo aiutando le aziende nazionali ma soprattutto perché si impegnavano soldi pubblici per rimettere in carreggiata aziende private (od a partecipazione statale) ai danni di quelle imprese che invece avevano conseguito con le loro forze traguardi ottimali e che avevano vinto la difficile sfida della concorrenza: insomma, L'Europa provvide ad eliminare la norma che consentiva ad un pugile al tappeto di essere aiutato dall'arbitro con un'iniezione di adrenalina a tornare in piedi ed a combattere nuovamente.

Acquisito questo categorico diniego da parte dell'UE nel permettere interventi statali, possiamo quindi a ragione credere che la stessa Europa consideri il taglio del cuneo alla stregua di un trattamento diverso tra azienda ed azienda, il che potrebbe tramutarsi tra breve in un pesantissimo problema; l'Unione vieta infatti di promulgare leggi ad hoc per un gruppo ristretto di "aziende" (in questo caso la sola industria) poiché considererebbe "aziende" anche le assicurazioni, il terziario, i servizi etc...

A questo punto (ed è molto probabile) se Bruxelles deciderà di ritenere a ragione questa norma illegale si prospetterebbero per l'Italia due scenari possibili: il primo è che il governo debba estendere il taglio del cuneo ad una folla immensa di soggetti fiscali con relativi mancati introiti per decine e decine di miliardi di euro. In tal caso il deficit dello stato già in collasso riceverebbe una mazzata tremenda a causa di questa nuova pesantissima scure dovuta all'incompetenza ed alla faciloneria delle sinistre. Questo potrebbe far saltare tutta la programmazione economica della finanziaria oppure, come al solito, potrebbe richiedere un ulteriore aumento delle tasse con l'ironico e paradossale presupposto che per tagliare il cuneo fiscale lo stato dovrebbe aumentare le tasse ai cittadini. Una bella presa in giro, non c'é che dire !

Il secondo scenario che si prospetta (e che è il più probabile) è ancor più disastroso: dovendo mantenere inalterato il bonus di taglio stimato sui 7 miliardi di euro per motivi di bilancio, il governo sarebbe costretto a considerare "aziende" anche gli altri soggetti fiscali ed a "spalmare" il cuneo, polverizzandolo invece di focalizzarlo solo sull'industria: il problema è che, come si può facilmente evincere, le industrie ne trarrebbero un giovamento ben più misero e così anche i lavoratori che ne fanno parte.

Tale effetto, come una sorta di domino, darebbe poi vita ad altri problematiche molto serie: la prima si riferisce agli accordi in materia già firmati e sottoscritti tra industria e governo. Il ricalcolo dei tagli del cuneo sarebbe equivalente al considerare gli impegni sottoscritti da quest'ultimo come carta straccia. C'é da chiedersi come reagiranno aziende e lavoratori, ovvero i soggetti più danneggiati, che si vedrebbero rimangiati in toto gli impegni presi dalle sinistre.

Inoltre, un secondo terremoto provocato del governo è dovuto al fatto che molte industrie contando su questo taglio promesso hanno già contratto mutui o messo in cantiere opere di ristrutturazione ed ammodernamento. Come si può pensare ora di rivolgersi loro con un frivolo "abbiamo scherzato"?

Il terzo grave danno è forse quello più esiziale, ovvero la perdita di fiducia per gli investitori nei confronti dell'Italia come terreno d'investimento. Un governo che promette senza sapere se potrà mantenere porta al collasso l'economia ed allontana spaventati sia gli stranieri che potrebbero aver voglia di aprire o consolidare aziende sul nostro territorio, sia gli industriali italiani che a ragione sarebbero indotti a trasferirsi all'estero od in Cina, con gravissimo danno per gli operai italiani che si troverebbero senza alcun vantaggio e senza lavoro.

Detto ciò, Signori e Signore, ecco a Voi la sinistra che fa gli interessi del lavoratore...

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